Thomas James da Letters to a stranger
LACERAZIONE
Non ti volevo. Volevo essere lasciato in pace,
lasciare che la luce bagnasse le pareti
come acqua lacustre su un lido alla luce del mattino.
Volevo toccare i miei punti di sutura come una scala a pioli
rotta o una bocca troppo presa da spasmi per parlare.
Adesso parli. E la mia ferita pulsa come una pendola,
sbarazzandosi di un’altra ora,
strangolandola come un sicario.
Dici di amarmi. Non serve a niente.
Due giorni fa mi hanno nutrito con un sondino
che mi teneva come un enorme cordone ombelicale.
Era legato al braccio come Dio,
spingendomi a pentirmi, mendicando la mia colpa.
Allora tanto vale arrendersi al mio corpo, ai suoi
milioni di vene strette che mi avvolgono come una rete.
Sono troppo pieno dei miei stessi veleni
per essere ingoiato dall’amore di chiunque.
Mi sveglio. L’infezione fa la ronda sui miei confini.
Sono stato tagliato, squarciato, e ho una cicatrice
che parla per sé in undici lingue diverse.
Il desiderio cola da lei come linfa densa
alla fine di una stagione intollerabile;
e la lussuria ne sgorga in gran copia. Mi portano lo specchio –
sono magro, con la barba lunga, e perfino un po’ bello.
Infine, posso essere del tutto indifferente.
In questo letto, circondato dall’essenziale serafino,
posso ignorare l’ovvio, posso essere crudele, perfino.
Aspetto il sonno, il lampo di un ago,
e il dolore e l’oblio,
luce che si scioglie sul vaso di fiori azzurri sul comodino.
Nemmeno chiedo più il buio, adesso.
Lascio che le infermiere mi tocchino con le mani fresche
come onde lacustri su un lido deserto all’alba.
Aspetterò qui, non c’è altro che possa fare,
mentre il lago intero inizia a muoversi verso di me,
e lascio che il tocco delle acque mi rivendichi.
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